lunedì, novembre 09, 2015

lettera aperta a Gabriele Muccino

Caro Gabriele Muccino, premettendo che non sono un tuo critico, anzi ammetto pure che i tuoi film non mi dispiacciono affatto, anzi, pur non trovandoli certo dei capolavori, li guardo sempre volentieri, ma stante questa considerazione non negativa, non posso certo non commentare quanto hai detto in merito a Pierpaolo Pasolini, nonostante il fatto che Pasolini di certo non ha alcun bisogno della mia difesa. Posso capire che tu possa non amare quel genere cinematografico, e posso persino capire se mi dici che non ti piaccia la sua tecnica cinematografica, ma senza ofesa al tuo il cinema di Pasolini era decisamente di un altro livello, proprio perchè Pasolini raccontava nelle sue storie la sua anima tormentata e riusciva sempre ad essere contemporanemente innovativo e tradizionale, ad essere astratto e concreto, volgare e poetico, crudo e delicato, insomma riusciva sempre a palesare la conflittualità del suo io, visto che come uomo, prima ancora che come regista, era un uomo per l'appunto conflittuale continuamente in bilico tra il voler essere partecipe e il volersi dissociare, tra il volersi conformare ed il volersi distinguere, tra il voler essere concreto e sociale al voler essere solamente artista.
Ed ho scelto salò le 120 giornate di sodoma proprio perchè sono un emblema iconica del suo fare cinema (anche se la voluta incompiutezza delle storie è un po tipico del cinema d'autore dei 60/70) un film così crudo che a distanza di 40 anni ancora fa storcere il naso e ti costringe a non guardare, così crudele e cattivo che non può che essere la condanna della cattiveria e della crudeltà.
Caro Gabriele Muccino non dico che tu non sia stato in grado di capire tutto questo, però mi prendo la confidenza di darti un consiglio, almeno questo film, guardalo un'altra volta, magari cambi idea su Pier Paolo Pasolini.

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